Dies irae e danza macabra

Sappiamo che i cicli pittorici sulle pareti delle cattedrali del medioevo assolvevano una funzione d’insegnamento delle sacre scritture a quanti, nella stragrande maggioranza dell’epoca, erano analfabeti. Per tale motivo, codeste opere pittoriche, ma in taluni casi anche scultoree, vengono genericamente classificate nella storia dell’arte come “Bibliae Pauperum”.

Si entrava nella cattedrale, a volte dopo un lungo cammino, stanchi, provati e s’iniziava l’iter di preghiera e di acculturamento partendo dalla porta principale. Quindi, attraverso un percorso in senso orario, si prendeva atto della storia della Genesi, della Rivelazione, della vita di Cristo e dei Santi. Si raggiungeva poi l’iconostasi della Maestà divina nell’arco trionfale e nel catino dell’abside, ci si prostrava infine davanti all’altar maggiore con le sue reliquie.

Ma, nel voltarsi per guadagnare l’uscita, dinanzi agli occhi del fedele solo allora si parava, in tutta la grandezza della controfacciata, la sconvolgente rappresentazione del Giudizio finale, descritto con terribili particolari a monito perenne. Era la raffigurazione del Dies irae, del giorno tremendo in cui gli uomini dovranno essere giudicati.

La precarietà dell’esistena dell’uomo medievale, la cui vita media raramente raggiungeva i 40 anni, faceva sì che la morte fosse per lui una compagna quasi inseparabile. Si moriva con facilità già alla nascita, poi venivano gli esantemi infantili, e via via le mille insidie del vivere quotidiano, per non parlare delle cicliche carestie e delle guerre ricorrenti.

Nell’anno 1348 una misteriosa malattia si abbatté sull’Europa come un flagello biblico, spazzando via intere famiglie, spopolando città e campagne: la chiamarono la Peste nera.

Sull’onda di questo evento catastrofico, fiorì una vasta letteratura il cui tema era la cosiddetta “Danza macabra”; macabra probabilmente dall’arabo macrab che vuol dire appunto cimitero.

Contrariamente a quanto saremmo portati a pensare, questo evento ebbe sulla popolazione un effetto non di abbattimento, bensì di incitamento ad una vita senza freni. Festini e divertimenti, piaceri della tavola, ostentazione nell’abbigliamento e ricerca esasperata del piacere sessuale divennero per tanti sopravvissuti alla peste lo scopo fondamentale dell’esistenza. La morte nera aveva annientato ogni pudore. Narra una cronaca: ”Niuna quantunque leggiadra o bella o gentil donna fosse, infermando, non curava d’avere a’ suoi servigi uomo, qual che egli si fosse, o giovane o altro, ed a lui senza alcuna vergogna ogni parte del corpo aprire (svelare) non altramenti che ad una femmina avrebbe fatto, solo che la necessità della sua infermità il richiedesse; il che in quelle che ne guerirono fu forse minor onestà, nel tempo che succedette, cagione”.

Non deve quindi stupire che, cessato il morbo, prostituzione e relazioni extraconiugali dilagassero ovunque, propiziando una libertà sessuale senza precedenti con pesanti coinvolgimenti anche del clero. Gli ecclesiastici infatti si erano abituati a mantenere concubine che ostentavano gioielli e vesti ricchissime, il che irritava enormemente la gente, non tanto per il libertinaggio clericale quanto, pensate un po’, per la pretesa di utilizzare abiti e ornamenti riservati per legge alla nobiltà.


(Testo mandato in rete il 6 novembre 2004, revisionato dall’autore il 31 gennaio 2010)

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