Il flauto a tre buchi

Il “flauto a tre buchi” è un flauto diritto, appartenente alla famiglia dei “flauti a becco”, la cui caratteristica è quella di avere soltanto tre fori digitali che consentono di suonare lo strumento con una sola mano mentre l’altra può contemporaneamente effettuare un accompagnamento percussivo con un tamburino a tracolla, appeso all’anca o al polso della mano che tiene il flauto.

Tabor-pipe Iconografia

La duplice possibilità di suonare una melodia e di accompagnarla ritmicamente ha dato luogo in Inghilterra alla formazione del termine, oggi molto diffuso, di Tabor-pipe (o Tabor and pipe) con cui viene normalmente chiamato il flauto a tre buchi, in quanto il suo uso deve intendersi sempre associato al tamburino. In altre nazioni la combinazione del flauto a tre buchi e tamburo ha originato nomi meno conosciuti: nelle regioni basche di Francia e Spagna infatti si suonano il tamboril, il tiun-tiun, con il chistu, chistuak o txistu (chirula); presso i Catalani troviamo invece la coppia tambori-flaviol.

Fluviol Tamboril Fluviol Tamboril

La pratica del flauto a tre buchi e tamburino ebbe ampia diffusione tra i musici girovaghi del Medioevo (i giullari), ma fu usato anche da altri musici del tempo come strumenti prettamente adatti all’esecuzione di danze e, per questo motivo, l’antica iconografia rappresenta il suonatore di Tabor-pipe in scene di intrattenimento conviviale ed in presenza di danzatori. Tale funzione la ritroviamo inoltre descritta alla fine del sec. XIV da Jean de Gerson e specificamente, più avanti, da Thoinot Arbeau nell’Orchésographie (1588). In qualche caso lo strumento del ritmo al quale il flauto si associa non è un “tamburo a pelle” ma un “tamburo a corde” (il Tambourin du Béarn ), una sòrta di cetra o di oblungo salterio dalle cui corde, intonate con il flauto ad intervalli armonici (ottava, quinta e quarta) e percosse con una bacchetta, si ottengono armoniosi ritmi di accompagnamento.

Tamburino a corde Tamburino a corde

L’uso del tamburino a corde è documentato anticamente anche in Italia con l’“altobasso” veneziano e raffigurato da Filippino Lippi, sia pure con libertà inventiva al pari degli altri strumenti che pone in mano agli angeli musicanti, nell’affresco dell’Assunta nella cappella Carafa della Basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma.

Affresco dell’Assunta nella cappella Carafa della Basilica di Santa Maria sopra Minerva

Angelo musicante con l’altobasso - Roma, S. Maria sopra Minerva

Entrambe le modalità percussive convivono tutt’oggi nella tradizione musicale del flauto a tre buchi provenzale, il galoubet, i cui suonatori si accompagnano indifferentemente con il Tambourin du Béarn oppure con un grosso tamburo a tracolla. In Provenza la combinazione galoubet-tambourin viene chiamata con l’espressione onomatopeica: Tutupanpan.

Provenza, suonatore di galoubet e tambourin
Provenza, suonatore di galoubet e tambourin

Il “tamburino”

Prima di descrivere il funzionamento del flauto, soffermiamoci ancora sul tambourin per una sua sintetica ricognizione.

Coppia di flauti a tre buchi, soprano in Re e contralto in Sol, con tamburino

Coppia di flauti a tre buchi, soprano in Re e contralto in Sol, con tamburino

Innanzi tutto il tambourin è caratterizzato da materiali molto leggeri con cui è costruito e da ridotte dimensioni, tutti elementi che consentono un uso agevole dello strumento, specie se deve essere suonato - come già detto - appeso al polso della mano che agisce sul flauto. Il tamburino presenta quindi un fusto cilindrico, doppia membrana e una “cordicella di timbro” (di budello ritorto o semplice canapa ritorta) per realizzare, se tesa, un suono secco e crepitante, se allentata, un ronzio che prolunga la risonanza della percussione. Nelle antiche raffigurazioni, la “cordicella di timbro” appare spesso in evidenza in quasi tutti i tamburi e questo porterebbe a ritenere che anticamente la parte da percuotere con la bacchetta dovesse essere proprio quella dove la cordicella era posizionata.

Le figurazioni ritmiche che si possono effettuare, tenuto conto dell’uso limitato ad una sola mano, sono molto elementari e così un modulo ritmico rimane invariato per l’intera durata di una danza. Tipica è la formula ritmica rappresentata da nota singola sul tempo forte e suddivisioni dei tempi deboli (esempio: semiminima e due crome nel ritmo 2/4; semiminima e quattro crome nel ritmo 3/4).

Roma, Musei Vaticani
Roma, Musei Vaticani
Angelo Tabor-pipe
Aosta, cattedrale, stalli lignei del coro
Roma, Musei Vaticani
Roma, Musei Vaticani

Il “flauto a tre buchi”

E veniamo al flauto. Come già accennato, lo strumento si presenta come un flauto a becco dalla caratteristica imboccatura a fischietto; ciò che lo differenzia dagli altri flauti è la “cameratura cilindrica” e il ridotto numero di fori posizionati presso l’estremità inferiore: 2 sul davanti, 1 dietro (poco più in alto dei due sulla fronte) ma non con funzioni di “portavoce” come in tutti i flauti a becco.

 

Il flauto viene trattenuto all’estremità inferiore tra l’anulare e il mignolo del flautista cosicché le altre dita possono agire sui tre fori e realizzare le note attraverso quattro posizioni:

  • flauto chiuso (medio, indice e pollice sui rispettivi fori);
  • 1° foro aperto sul davanti (medio sollevato);
  • 1° e 2° fori aperti sul davanti (medio e indice sollevati);
  • flauto interamente aperto (medio, indice e pollice sollevati).

 Poiché la caratteristica fondamentale di questo flauto è quella di produrre facilmente suoni armonici alle varie pressioni di fiato (dovuta alla stretta cameratura in relazione alla lunghezza dello strumento), scartati i primi quattro suoni ottenibili con una leggera emissione di fiato perché risulterebbero troppo instabili, la vera scala dello strumento inizia dal secondo armonico. A questo stadio, utilizzando le quattro posizioni e con una più robusta emissione di fiato, si emettono le prime quattro note della scala. Riposizionando le dita sui buchi in modo da chiudere nuovamente il flauto, ma soffiando con maggiore vigore, lo strumento produce, nella sequenza delle posizioni già descritte, altre quattro note completando in tal modo un’intera scala.

Tecnicamente un flauto a tre buchi può produrre sino a dodici note ma, bisogna convenire, soltanto una lunga esperienza, soprattutto nel controllo di fiato, consente al flautista di raggiungere ambiziosi traguardi.

Cantigas de Santa Maria  - Biblioteca dell’Escorial
Cantigas de Santa Maria  - Biblioteca dell’Escorial
Salterio di Enrico VIII - Londra, British Library
Salterio di Enrico VIII - Londra, British Library

Per coloro che desiderano cimentarsi con il “flauto a tre buchi”, intenzionati ad eseguire un repertorio di musiche medievali le cui melodie, ricordiamo, raramente superano l’estensione di un’ottava, consigliamo per prima cosa di acquisire l’uso della diteggiatura con il controllo dell’emissione di fiato per produrre le quattro note del primo registro e il passaggio alle quattro note del registro successivo. In un secondo tempo, potranno più agevolmente affrontare lo studio dell’accompagnamento ritmico ed ottenere quindi il coordinamento del suono del flauto con l’azione percussiva sul tamburo.

I flauti a tre buchi, facilmente reperibili sul mercato, sono di due tagli: soprano e contralto. Il flauto soprano prevede le tonalità: D’’; C’’; Bb’’; il flauto contralto prevede le tonalità: A’; G’; F’.


Fonti bibliografiche:

  • A. Bornstein, Gli strumenti musicali del Rinascimento. Franco Muzzio editore, Padova 1987, pagg. 64 - 68.
  • C. Sachs, Storia degli strumenti musicali. Arnoldo Mondatori editore, Milano 1985, Flauto sonato con una sola mano pagg. 367 - 368.
  • A. Baines, Storia degli strumenti musicali. BUR Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1995, pagg. 238 - 239.
  • L. Pinzauti, Gli arnesi della musica. Vallecchi editore, Firenze 1973, "Il flauto diritto" pagg. 56 - 58.
  • A. Schaeffner, Origine degli strumenti musicali. Sellerio editore, Palermo 1987, pagg. 270 - 271.
  • F. Vidal, Lou tabor, istori de l’estrumen prouvençau de la metodo dòu galubet et dòu tabor. Aix - Avignone, 1864.
  • M. de Lombardon - Montezan, Notice sur le tambourin et les autres instruments de la musique provençale par un tambourinnaire. Marsiglia, 1883.


(Testo mandato in rete nel 2007, revisionato dall’autore il 31 gennaio 2010)

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