La Musica dei pellegrini

Appunti sul Pellegrinaggio medievale

Il pellegrinaggio cominciò ad essere praticato molto tempo prima che Bonifacio VIII proclamasse il primo Giubileo del 1300.

A ben scartabellare tra i documenti della storia scopriremmo che tracce di itinera e passagia, come allora venivano chiamati i pellegrinaggi, non furono infrequenti durante l’arco del primo millennio dell’era volgare:

  • Egesippo, scrittore giudeo-palestinese del tempo di papa Aniceto (156 – 166) autore dei Commentari, compì un lungo viaggio a Corinto ed a Roma, a seguito del quale si convertì al cristianesimo;
  • Abericio – vescovo del II secolo – narrò i suoi viaggi nei luoghi del cristianesimo in una epigrafe visibile al Museo Lateranense;
  • effettuarono pellegrinaggi in Palestina San Giustino e Melitone di Sardi (II sec.); Clemente di Alessandria e Giulio Africano (III sec.).

Una vaga immagine degli itineraria (ovvero le “guide”) nei sacri luoghi della Palestina la ricaviamo da l’Itinerarium Antonini e l’Itinerarium Burdigalense o Herosolymitanum del IV secolo i quali raccontano di un passagium da Milano e da Bordeaux fino a Gerusalemme.

Sempre del IV secolo è la cosiddetta Peregrinatio Silviae che narra il viaggio di una ricca e nobile signora, pellegrina occidentale nell’oriente cristiano, con indicazioni sui luoghi visitati (Monte Sinai, terra di Ghessen, Monte Nebo, fiume Giordano, Gerusalemme, Samaria, Antiochia, Edessa, Anàn e Costantinopoli) e curiosi riferimenti sulla liturgia gerosolimitana.

Notizie di transita in Palestina continuano, nel V secolo, con il De situ Hierosolymitanae urbis vel ipsius Judeae (inviato dal vescovo di Lione Eucherio al prete Fausto), nel VI secolo, con l’itinerario detto di Antonino Martire scritto da un anonimo partito da Piacenza e, nell’VIII secolo, con il trattatello De locis sanctis del venerabile Beda, uomo assai colto.

Oltre ai luoghi santi della religione cristiana, i penitenti predilessero anche il pellegrinaggio ad altri centri di culto in occidente tra i quali primeggia quello "ad limina Apostolorum" ovvero a Roma.

Antica testimonianza di un viaggio a Roma al tempo di papa Gregorio Magno è la Notula de olea Sanctorum qui Romae in corpore requiescunt, racconto per la sovrana longobarda Teodolinda del pellegrinaggio a Roma del prete Giovanni che riportò alla regina l’olio attinto alle lampade votive sugli altari dei martiri ancor oggi conservate nella cattedrale di Monza.

Ancora un iter, probabilmente dell’VIII secolo, è contenuto in un codice di Einsiedeln dal quale è possibile ricavare notizie sulla topografia della città di Roma a quell’epoca. Infine, altre indicazioni sono ricavabili dai cosiddetti “spazi liturgici” dell’Urbe, previsti negli itineraria, che dall’Inghilterra o dalla Francia accompagnavano i fedeli in viaggio a Gerusalemme.

Altre località di particolare interesse devozionale in occidente furono, da antichissimo tempo, celebri abbazie e santuari: 

  • San Michele sul Gargano;
  • La Sacra di San Michele in Piemonte;
  • Santiago di Compostella in Galizia;
  • Montserrat in Catalogna;
  • Mont Sant Michel in Normandia
  • San Martino di Tours

Con il rifiorire della spiritualità all’inizio del secondo millennio, una moltitudine di pellegrini, di ogni età e condizione sociale, percorse l’Europa verso tre grandi mète:

  • La Terra Santa e Gerusalemme, con i luoghi della passione del Signore;
  • Roma, con le tombe degli Apostoli Pietro e Paolo;
  • Santiago di Compostela, estrema punta dell’Europa occidentale, finis terrae, dove si venerava la Tomba dell’Apostolo Giacomo, primo tra gli Apostoli a subire il martirio.

Le spese per sostenere un cammino in luoghi così lontani e per una lunga durata, come pure la pericolosità del viaggio e l’incertezza del suo esito, comportavano una serie di preparativi al pellegrinaggio.

Per far fronte alla spesa, spesso occorreva vendere o ipotecare i propri beni e realizzare un gruzzolo di base, per il resto ci si affidava alla Provvidenza e alla carità degli uomini perché il pellegrino di “onesta coscienza” doveva soffrire: digiunando, rinunziando ai piaceri di un caldo letto e di comodi vesti, astenendosi dal pettegolezzo e dalla fornicazione.

Prima della partenza il pellegrino lasciava un testamento, riceveva la benedizione e quindi procedeva al rito della vestizione che consisteva nel fargli indossare un grezzo mantello (sarrocchino, pellegrina, schiavina), il pètaso (cappello a larghe tese con frontale rialzato), una bisaccia, appesa al cingolo in vita, e infine gli si consegnava il bordone di legno, con punta di metallo, nella cui cima era legata la zucca per l’acqua.

Tuttavia non sempre la molla che spingeva il devoto a divenire pellegrino era “la ricerca della perduta Patria celeste”. Infatti, accanto al “pellegrinaggio volontario”, era in uso il “pellegrinaggio obbligatorio” o “giudiziale” imposto dall’autorità civile, per allontanare dalla comunità elementi turbolenti, e dai confessori religiosi dell’Inquisizione i quali bandivano il clero simoniaco, o gli eretici minori ed i sacrileghi.

All’inizio il cammino era disseminato di insidie e di pericoli: primo fra tutti la presenza di briganti che in zone solitarie assalivano e depredavano dei pochi averi i pellegrini, anche quelli che viaggiavano in gruppo; in secondo ordine, venivano i tenutari delle locande, esosi, imbroglioni e finanche malfattori che derubavano ed a volte uccidevano i malcapitati pellegrini. Altro pericolo infine era rappresentato dai cambiavalute che approfittavano della sprovvedutezza e dell’ignoranza delle lingue per frodare i poveri pellegrini.

Nel tempo, lungo i percorsi più battuti, cominciarono a sorgere dei monasteri e dei luoghi di ricovero detti mansiones o submansiones dove era possibile essere ricoverati, rifocillati ed intrattenersi con altri compagni di viaggio.

Allorché, superati mille pericoli e patito altrettante privazioni, il pellegrino giungeva alla mèta agognata, a futura testimonianza del viaggio compiuto, soleva adornare il mantello con segni distintivi che, per Gerusalemme, era la “Palma di Gerico” o la “Croce Templare”; per Santiago di Compostella la “Conchiglia galiziana” o capesanta; per Roma, le piccole immagini in piombo con i volti dei Santi Pietro e Paolo, dette quadrangulae. Successivamente, con l’affermarsi del culto delle reliquie, il pellegrino romeo cuciva sulla sanrocchina il “Volto di Cristo” impresso nel sudario detto della Veronica (da “vera icona”).


a) Il viaggio a Roma

Recita un antico adagio: “Tutte le strade portano a Roma”, ma le strade più battute dai pellegrini del Medioevo erano due, la Via Romèa (dal nord-est) e soprattutto la Via Francigena (dal nord-ovest).

Della Via Francigena conserviamo riferimenti topografici risalenti al X secolo quando l’Arcivescovo Sigerico, nel 994, di ritorno da un viaggio “ad limina”, annotò nel suo diario le varie tappe effettuate da Roma alla sua diocesi inglese di Canterbury.

L’itinerario storico di questa importante strada ha un doppio inizio: ad ovest, in terra inglese, muove da Londra – Canterbury quindi, superata La Manica, tocca Calais, sul suolo francese, e a seguire i centri di Bruay, Arras, Reims, Chalons sur Marne, Bar sur-Aube, Besancon, Pontarlier; qui si innesta l’altro ramo che, partito da Brema e proseguendo per le regioni renane, tocca le città di Munster, Bonn, Worms, Strasburgo e Basilea.

Da Pontarlier l’itinerario è unico: Losanna, Valico del Gran San Bernardo, Aosta, Ivrea, Santhià, Vercelli, Pavia, Piacenza, Fidenza, Passo della Cisa, Pontremoli, Arella, Luni, Lucca, San Genesio, San Gimignano, Siena, San Quirico, Bolsena, Viterbo, Sutri e infine Roma.

b) Il viaggio in Terra Santa

Nella città di Gerusalemme, che aveva visto il martirio e la risurrezione di Gesù, si incentrava l’aspirazione massima dell’uomo medievale come mèta da raggiungere e spingerlo quindi, secondo l’insegnamento del Maestro, a “lasciare la propria casa, il padre, la madre, la sposa, i figli, i campi” ed a prendere sulle spalle la croce per l’espiazione dei propri peccati.

Per questo motivo, nei secoli XI, XII e XIII, anche la crociata viene vista come un’avventura spirituale, quindi come un pellegrinaggio.

Ciò si avverte già nella terminologia stessa che viene adoperata, tanto in latino, quanto nelle lingue volgari, per indicare la “crociata”.

Alle espressioni: Peregrinatio ad loca sancta; Via Hierosolymitana; Iter Sancti Sepulcri, Passagium in Terram Sanctam, corrispondono altre formule che richiamano i viaggi devozionali o penitenziali: Tuit li bon iront en cest voiage; Partiront tuit a cest pelegrinage (Canon de Béthune); Gujot de Dijon, nella canzone “Chanterai por mon coraige”, riferendosi ad un crociato dice il est en pelerinage.

Nella letteratura trovadorica appaiono richiami all’assimilazione della crociata ai viaggi devozionali per la salvezza dell’anima: En leial romavia; Selh que seran adreitamen romien sono parole di lode di Aimeric de Peguilhan. Guilhem Figueira prega il Signore in tal modo: Date forza e vigore / e buon consiglio ai vostri pellegrini / e preservateli da pena e da vento avverso, / in modo che possano senza esitazione passare / là per recuperare con il vostro aiuto / la santa croce e il santo sepolcro.

c) Il Cammino di Santiago

Il culto di San Giacomo in Galizia si fonda sulla tradizione, non suffragata da documenti, che narra come l’Apostolo Giacomo il Maggiore, dopo la morte di Gesù, si dedicasse all’evangelizzazione della Spagna, arrivando dall’Andalusia fino alla celtica, mistica Galizia.

Fatto ritorno a Gerusalemme, subì il martirio per mano di Erode Agrippa ed i discepoli Teodoro e Anastasio, rubato il corpo ai soldati romani, lo trasportarono a Iria Flavia (attuale Padròn) in Galizia con una barca guidata da un angelo.

Qui furono imprigionati dalla regina Lupa la quale, convertitasi al cristianesimo, li liberò e donò loro un suo palazzo per la sepoltura del corpo del santo.

Riprese le persecuzioni, la tomba di San Giacomo fu trascurata e poi abbandonata, anche se nel 600 e nel 700 d.C. rispettivamente S. Adelmo e il beato di Liebana parlano della presenza della tomba di San Giacomo in Spagna.

Verso l’anno 813, la ricorrente comparsa di una miracolosa luce, forse una stella, su un tumulo di terra in un campo e la successiva apparizione in sogno dell’Apostolo Giacomo, indussero l’eremita Pelagio a scavare in quel sito dove affiorò un cimitero con la tomba del santo.

Il “compostum stellae”, il cimitero indicato dalla stella, dette origine al nome della località “Compostela” (oggi Santiago di Compostella); Alfonso II re delle Asturie e di Galizia informò della scoperta Papa Leone III e Carlo Magno si adoperò, con altri personaggi dell’epoca, ad innalzare una prima cappella sul sepolcro.

La notizia dell’evento dette così origine al pellegrinaggio che ininterrottamente continua, da secoli, sino ai nostri giorni.

d) Musiche e canti di pellegrinaggio del Medioevo europeo

(Presentazione del concerto: ”Io son un pellegrin”)

Il concerto "Io son un pellegrin" affronta un repertorio di musiche e di canti legati, in vario modo, al pellegrinaggio medievale.

Tra le tante mète di culto, la scelta è stata incentrata sulle tre più importanti direttrici: la “via di Gerusalemme” (la più antica), la “via verso Roma” e la “via di Santiago di Compostella”; quest’ultime due, com’è noto, assorbirono in massima parte il flusso dei pellegrini dopo il fallimento delle Crociate.

Il pellegrinaggio a Roma veniva detto ad limina Apostolorum, cioè al sepolcro dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.
In questo primo settore, alcuni significativi canti del “Laudario Cortonese” e del “Laudario Fiorentino” fanno trasparire tutta la nascente spiritualità francescana, mentre nell’intonazione O Roma nobilis erompe la gioia del pellegrino per la mèta raggiunta.

L’acerba polifonia del mottetto del Codice Bamberg In Seculum Viellatoris segna lo stacco tra i primi due itinerari; poi la canzone di Neidhart von Reuenthal, con i suoi riferimenti all’arrivo della primavera, indica che è tempo per l’inizio del secondo viaggio, quello in Terra Santa, in compagnia di due autori coevi della Crociata federiciana del 1228: Walter von der Vogelweide e Tannhäuser.

Il terzo viaggio è il cosiddetto Camino Sancti Jacobi che conduce in Galizia, al sepolcro dell’Apostolo Giacomo il Maggiore. Su questo itinerario si è sviluppata una vasta letteratura collegata al pellegrinaggio medievale.
Materia musicale è possibile attingere in importanti codici: il Llibre Vermell del Monastero di Montserrat, il Codex Calixtinus di Santiago, oltre alla monumentale raccolta delle Cantigas de Santa Maria che Alfonso X “El Sabio”, re di Castiglia e León, fece realizzare tra il 1250 ed il 1280.

In codesti testi ricorre la narrazione dei miracoli della Vergine e la sua costante esaltazione come madre di Dio e protettrice di noi mortali, ma è nel Codex Calixtinus che troviamo riferimenti più significativi come quelli del canto “Dum pater familias” con il quale si chiude il concerto.

E’ questo il canto di ultreja, di colui cioè che va oltre con l’aiuto di Dio (Deus aia nos).



(Testo mandato in rete il 6 novembre 2004, revisionato dall’autore il 31 gennaio 2010)

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