Trovatori e Trovieri

“Caratteri generali”

Trovatori e Trovieri sono nomi che indicano poeti e musicisti medievali che operarono in contesti sociali e culturali distinti tra loro per epoca, lingua e collocazione geografica.

Quantunque il fenomeno poetico-musicale di Troubadours e Trouvères abbia avuto una comune origine in terra di Francia, i Trovatori fiorirono ed operarono, tra il 1070 e il 1220, nelle province del sud (Provenza, Linguadoca, Limosino, Alvernia), in ambiente della nobiltà feudale e la loro produzione letteraria venne espressa nella lingua d’oc. I Trovieri invece fiorirono ed operarono, tra il 1145 e il 1300, nelle regioni della Francia del nord; la loro poesia venne espressa nella lingua d’oïl - che darà origine al francese moderno - e fu praticata da personaggi che, provenendo in larga parte dal mondo monastico o dalla piccola borghesia (ma ritroviamo tra quelli dell’ultima generazione anche nobili della levatura di Thibaut de Champagne che, alla morte dello zio materno, divenne Re di Navarra), arrivarono a formare affollate corporazioni come quella della città di Arras.

Ciò che invece unisce le due categorie di poeti fu l’abbandono dell’uso della lingua latina in favore dei rispettivi linguaggi del nascente volgare. Così si giustifica anche l’identico significato da attribuire ai loro nomi. Infatti, è ormai comune convincimento che l’origine del verbo trobar (e in senso traslato dell’omologo trouver), vada individuato nel tardo latino tropare o tropum invenire, con il significato di “cercare, trovare versetti, prose ritmiche e sequenze” da interporre nei testi liturgici. Pertanto il trobar, che darà origine ai nomi di questi poeti, consisteva nel “trovare” rime su una melodia preesistente, ovvero nell’affidare ad un testo poetico una nuova intonazione melodica.

Trovatori e Trovieri - Iconografia

E’ stato giustamente osservato come i Troubadours non siano stati, in senso assoluto, i primi a comporre in un volgare romanzo, ma deve essere loro riconosciuta senz’altro la primogenitura per aver costituito la prima scuola poetica dell’Europa moderna. La maggior parte di essi erano originari del meridione francese, ma all’interno della loro scuola trovarono posto anche Catalani (Berenguer de Palazol) ed Italiani (Sordello; Lanfranco Cigala), tutti accomunati da una visione poetica che esaltava i temi dominanti del fin’amor e dell’amor cortese e l’adesione ad un ideale aristocratico della poesia, intesa come perfetta corrispondenza tra “forma” ed “immagine”, conquistata - come teorizzava Dante - attraverso un rigoroso impegno (“sine strenuitate ingenii et artis assiduitate scientiarumque habitu”, De vulgari eloquentia, II,IV,10).

Gli elementi che, in estrema sintesi, caratterizzavano la poetica dell’amor cortese possiamo così raggrupparli:

  • Realizzazione dell’amore al di fuori del matrimonio. L’oggetto d’amore doveva essere sempre una donna sposata e quindi l’esigenza della segretezza in questo rapporto.
  • Metafora feudale del rapporto amante (vassallo) - amata (signore); atteggiamento trepido e sottomesso del poeta-amante.
  • Presenza del “cattivo” (il marito della donna amata) e dei cosiddetti lauzengiers, i maldicenti, che si adoperavano per ostacolare l’amore.

Anche le fasi dell’evolversi della passione amorosa erano ordinate seguendo uno schema prestabilito nel quale, a seconda dell’accoglienza via via concessa dalla donna, l’amante assumeva un ben preciso appellativo:

  • feignedor (il timido amante cela ancora il suo amore);
  • prejador (l’amante trova il coraggio per implorare amore);
  • entendedor (la donna consente ad ascoltarlo);
  • drutz (l’amante è ricambiato).

Verso questa visione si levò la voce discorde del trovatore Marcabru, spirito fortemente bizzarro ed incline ad una feroce fustigazione dei costumi, il quale non esitò a manifestare la sua personale contrarietà ad una siffatta concezione amorosa, bollandola come “volgare adulterio”, giudizio forse troppo eccessivo in quanto sappiamo che il fin’amor trovadorico, quell’amore cioè né naturalistico, né platonico, non celebrava l’adulterio bensì la continenza, pur conservando una colorazione carnale. E forse, proprio per questo motivo, riusciva gradito alla nobiltà in seno alla quale era fiorito, si era affermato e veniva praticato.

Il sentimento amoroso del cavaliere verso la sua dama si configurava concretamente come un “servizio” di natura feudale, un rapporto da “signora” a “vassallo”, che attraverso una serie di livelli, sublimava l’eros lussurioso in visione mistica della donna. Il punto più alto, ovvero l’acme amoroso, era rappresentato generalmente da un casto bacio. Il perfetto amante, nell’intimità come in società, era semplicemente un servitore della sua dama, suo dovere era quello di piacerle, di esserle fedele, di decantarne le virtù. In cambio la dama, sua Signora, doveva rendergli conto del suo comportamento.

Ma è pur vero che, oltre al bacio, il cavaliere poteva aspirare ad avere altre due ricompense: contemplare il corpo nudo della dama e essere sottoposto all’asag, ovvero alla “prova” (in francese essai) in cui tutto era permesso, eccetto l’amplesso vero e proprio.

Un’eco di codesta pratica potremmo scorgerlo in alcuni versi della trovatrice Beatrice, contessa di Dia, allorquando brama di riconquistare i favori di un cavaliere al quale ancora non ha avuto il coraggio di concedergli amore. Il suo desiderio recondito è allora quello di giacere a letto con lui, di abbracciarlo nudo ed offrirgli il suo seno come cuscino. Ciò le procurerà felicità perché è ben consapevole che lui non oserà mai andare oltre ciò che lei (ed aggiungiamo noi, la ritualità dell’amor cortese) gli avrà consentito:

....Vorrei a sera tenere il mio cavaliere
tra le braccia nudo e ch’egli provasse soddisfazione
se solamente gli servissi da cuscino......
....Caro amico, cortese ed affascinante,

quando potrò avervi completamente in mio potere?
Per giacere accanto a voi una sera
e coprirvi di baci pieni di passione.
Sappiate che muoio dal desiderio di coccolarvi al posto del mio sposo,
purché mi promettiate con serietà di assecondare l’amoroso desir.


Il primo trovatore che conosciamo fu Guglielmo IX, duca d’Aquitania, nonno di Eleonora d’Aquitania (madre di re Riccardo Cuor di Leone), del quale ci è giunto un solo frammento provvisto di melodia. Composizioni trovadoriche che, per eleganza poetica e dolcezza d’intonazione si ritengono le più belle, sono “Can vei la lauzeta mover” di Bernart de Ventadorn, “Reis glorios” di Giraut de Borneill, “Kalenda maya” di Raimbaut de Vaqueiras e l’anonima canzone a ballo “A l’entrada del tens clar”.

Contrariamente a quanto si è portati ad immaginare, i Trovatori non furono tutti uomini, ma almeno diciassette di essi furono donne e alcune anche di nobile famiglia come Garsenda, contessa di Provenza (moglie di Alfonso II), e Beatrice, contessa di Dia. Purtroppo la produzione musicale di queste Trobairitz è andata perduta ad eccezione di un unico canto di Beatrice di Dia, intitolato “A chantar m’er de so qu’eu no volria”, che contiene alcuni dei versi più belli della lingua provenzale oltre ad accorati accenti poetici, di forte pathos, che possono sgorgare soltanto dal cuore di una donna ferita nell’amore.

Il movimento trovadorico si esaurì conseguentemente alla Crociata contro gli Albigesi (1209 - 1229), avvenuta a sconvolgere cruentemente le regioni del sud della Francia, e gli ultimi poeti furono Americ de Peguillan che compose “canzos e sirventes, mas molt mal cantava” e Giraut Riquier che morì nel 1294.

La poesia dei Trouvères si presenta con altri contenuti; diversa l’epoca, diverso il contesto sociale nei quali essi si trovarono ad operare.

Il più antico troviere conosciuto è anche il più illustre autore di romanzi in poesia, Chrétien de Troyes, che scrisse appunto “Perceval le Gallois” al quale, secoli dopo, Wagner si ispirò per la sua opera “Parsifal”. Trovieri di rinomata fama furono Gautier de Coinci, Moniot d’Arras, Blondel de Nesle, Thibaut de Champagne, re di Navarra, Adam de la Halle e lo stesso Riccardo Cuor di leone.

Di Adam de la Halle ci è giunto il celebre “Li Geus de Robin et de Marion”, azione scenica – composta probabilmente per la corte di Napoli – con sezioni alternate di canto e danza. Di Riccardo Cuor di Leone conserviamo un componimento “Ja nus hons pris” che rievoca momenti di prigionia dopo la cattura avvenuta mentre era di ritorno dalla terza crociata.

L’orizzonte poetico dei Trouvères se per un verso si presenta di più basso profilo, per altro verso è molto variegato tant’è che possiamo asserire, in quanto a tematiche, che Adam de la Halle fu molto più distante dal collega troviere Colin Muset, di quanto non lo fu Bernart de Ventadorn dal collega trovatore Raimbaut de Vaqueiras.

Basterebbe leggere i versi della chanson “Sire cuens, j’ai vielé” del troviere Colin Muset, personaggio che suscita simpatia per la sua profonda e disarmante umanità. A differenza di tanti colleghi, intenti a struggersi in tematiche amorose più o meno tristi, ben lungi dagli stereotipi dell’amor cortese trovadorico, con buona dose di autoironia fa emergere tutta la sua costante preoccupazione di reperire risorse di sostentamento per la sua famiglia composta da una moglie brontolona, una figlia amorevole, una domestica servizievole:

Signor conte, ho suonato la viella
davanti a voi, nel vostro palazzo,
e non mi avete regalato nulla,
né pagato salario:
è villanìa!
Per la fede che devo a Santa Maria,
così non potrò stare al vostro seguito:
la mia scarsella è poco fornita
e la mia borsa poco piena.

Signor conte, suvvia comandate
quel che volete di me.
Signore, se v’aggrada,
suvvia, donatemi un bel dono,
per cortesia!
Ché ho desiderio, non ne dubitate,
di tornare dai miei:
quando faccio ritorno a borsa vuota
mia moglie non mi sorride!

Anzi mi dice: “Signor Babbeo,
in che paese siete stato,
che non avete guadagnato nulla?
Troppo siete andato a spasso
giù per la città.

Guardate come è floscio il vostro zaino:
è pieno soltanto di vento.
Sia vituperato chi ha voglia
di stare in vostra compagnia!”

Ma quando torno a casa
e mia moglie ha adocchiato
sulle mie spalle gonfia la bisaccia
e ch’io son ben vestito
d’un abito foderato,
sappiate ch’ella subito ha deposto
giù la conocchia senza far commedie,
e mi sorride schiettamente
e mi getta le braccia al collo.

Mia moglie corre a sciogliere
il mio zaino senza indugio;
la mia serva corre ad ammazzare
due capponi per cucinarli
alla salsa d’aglio;
mia figlia mi porta un pettine
con le sue mani, cortesemente.
Allora son padrone a casa mia
più che nessuno potrebbe narrare.


La fine della stagione dei Trovieri fu meno aulica e traumatica di quella dei Trovatori. Nel corso del sec. XIII il movimento venne per così dire assorbito dalle puis, le corporazioni dei cantori borghesi che, con l’artificio del mestiere e, non ultimo, la pratica dei concorsi, finirono per soffocare le composizioni privandole della spontaneità e dell’immediatezza delle origini.

“La musica”

La struttura musicale delle composizioni dei Trovatori e dei Trovieri è alquanto complessa e ha dato luogo a varie teorie. La notazione che si trova nei codici è quella cosiddetta “quadrata” del canto fermo su rigo; le melodie si sviluppano nell’ambito di un’ottava e risentono dei modi ecclesiastici, in particolare del dorico e del misolidio.

I brani sono esclusivamente monodici (ad eccezione delle composizioni di Adam de la Halle), ma non costituiscono più canto gregoriano, quantunque essi non rappresentino ancora il frutto della nuova arte mensurale discantistica.

Il problema più significativo che tali composizioni pongono per la loro interpretazione è quello del ritmo. La notazione dei manoscritti indica infatti soltanto l’altezza dei suoni, ma non la loro durata.

Taluni, nella trascrizione delle melodie, hanno voluto applicare la teoria dei “modi ritmici” della musica discantistica: 6 modi nei quali è organizzato il ritmo ternario (i primi due corrispondenti al trocheo e al giambo, gli altri di libera invenzione). Ma altri hanno confutato tale teoria dimostrando - a proposito dei Trovatori - come il ritmo musicale obbedisca esclusivamente alle leggi della ritmica sillabica, onde la melodia risponde strettamente alla struttura poetica, collocando su ogni sillaba un neuma distinto.

Ad ogni verso, inoltre, corrisponde una frase melodica compiuta e distinta; ogni sillaba vale una unità di tempo, come la sillaba poetica, e pertanto la composizione segue il principio della mensurazione.

L’intero corpus della poesia trovadorica è racchiuso in una settantina di canzonieri che contengono circa 2.600 componimenti poetici (di oltre 450 poeti), ma le melodie rimaste arrivano soltanto 342 e poiché, di queste, oltre ottanta sono dei duplicati, il numero totale delle musiche di cui oggi possiamo disporre si riduce a circa 260 canti.

Questo corpus musicale è stato édito di recente in due pubblicazioni: I. Fernández de la Cuesta e R. Lafont, Las cançons dels trobadors, Toulouse 1979; H. van der Werf e G. Bond, The Extant Troubadour Melodies, New York 1984.

Le composizioni dei Trovieri, a noi note, ammontano a 2.000 e sono raccolte in circa 40 codici, ma soltanto 14 di essi contengono le melodie. Pertanto le musiche trovieriche eseguibili sono 800, una quantità più che doppia rispetto a quella dei Trovatori.


“Pronunzia della poesia dei Trovatori”

L’esecuzione del repertorio tovadorico comporta necessariamente l’intervento del canto che, a sua volta, pone problemi di pronunzia.

Nell’intento di contribuire ad agevolare quanti sono interessati all’argomento, riportiamo alcuni “Cenni sulla pronunzia dell’antico occitano” (Materiali didattici del Corso di Filologia occitana dell’Università “Federico II” di Napoli) che desideriamo far precedere da un distinguo, abbastanza illuminante, di Costanzo Di Girolamo: “La lingua dei trovatori è impropriamente chiamata provenzale. I trovatori parlavano semplicemente di lenga romana, cioè lingua romanza, volgare in opposizione al latino, e solo nel XIII secolo si diffusero, rispettivamente a ovest dei Pirenei e a est delle Alpi, i termini limosino e provenzale, dalle regioni più vicine alla Catalogna e all’Italia, mentre, per le stesse ragioni di contiguità geografica, nel Nord della Francia si usava talvolta pittavino o perfino guascone. Nonostante la sua approssimazione, il termine provenzale ha finito per imporsi negli studi, limitatamente all’epoca medievale (per quella moderna si usa la neoformazione occitano)”  [I Trovatori, pag. 13].

Pronunzia delle vocali:

a come in italiano; seguita da n (anche caduca) ha suono più chiuso.
e come in italiano, può essere aperta o chiusa.
i come in italiano.
o come in italiano, può essere aperta o chiusa; nelle varietà moderne, la o chiusa si è evoluta in u (come in italiano) e alcuni pensano che questo passaggio possa essere avvenuto già in epoca medievale.
u è dubbio se avesse pronunzia velare, come in italiano, o labiopalatale, come in francese.

Le vocali atone e le vocali finali si pronunciano come in italiano e non come in francese.

Pronunzia dei dittonghi:

Sono formati da i [j] e u [w] semivocali e contano come una sillaba.
Dittonghi discendenti (accentati sul primo elemento): ai, ei, oi, ui; au, eu, iu, ou (con e e o aperte o chiuse).
Dittonghi ascendenti (accentati sul secondo elemento): ie; ue; uo.
Nei trittonghi l’accento cade sull’elemento centrale.
I dittonghi e i trittonghi si pronunciano esattamente come in italiano, non come in francese.

Pronunzia delle consonanti:

La maggior parte delle consonanti si pronunzia come in italiano, compresa la r, che è alveolare e non uvulare come in francese moderno.
Differiscono dalla pronunzia italiana le seguenti grafie:
c davanti a e e i, si pronunzia come in italiano sera (s sorda).
ch come in italiano cera, ciao (non come in francese moderno chanson); in posizione finale hanno lo stesso suono ich, g e anche h.
g davanti a e e i, come in italiano gesto, giro.
gu davanti a qualsiasi vocale, come in italiano gatto, ghiro.
j davanti a a, o, u, come in italiano gioco (non come in francese jeu).
h è muta.
qu (anche q) davanti a vocale, come in italiano cane, chi.
lh come in italiano figlio; stesso suono hanno le grafie ll, ill, il (dove la i non si legge) e di rado gli.
nh come in italiano ragno; lo stesso suono hanno ny, gn, ngn, ign, ingn (la i non si legge).
ss non è una doppia ma sta per s sorda.
s iniziale e finale, come la s sorda italiano.
z intervocalica, resa a volte anche con z, come in italiano settentrionale rosa (s sonora).
z finale (anche tz e ts) sta per z sorda, come in toscano o in napoletano zucchero; tra due vocali, può essere sia sorda che sonora.
Il antico occitano non esistono consonanti doppie; probabilmente, solo rr si distingueva da r scempia.

Spesso può accadere che le grafie dei codici contraddicano le indicazioni schematiche ora menzionate. Si rammenta infatti che la gran parte delle moderne edizioni dei testi in lingua d’oc riproducono, correttamente, la veste grafica del manoscritto preso a base oppure, nel caso particolare, il manoscritto unico, senza tentare nessuna normalizzazione, a differenza di quanto avveniva invece nelle edizioni del passato che erano in grafia normalizzata e come lo sono, per ragioni comprensibili, i dizionari di occitano.
Ricorrenti difficoltà riguardano le lettere i / j / y. La grafia di y generalmente sta per i vocale o semivocale, ma anche talvolta per la palatale che troviamo in italiano gesto.
Le grafie i e j possono rappresentare tanto la palatale, quanto la vocale o la semivocale.


“Forme poetiche”

La lirica dei Trovatori e dei Trovieri, dai contenuti delle composizioni pervenuteci, comprendeva diverse forme poetiche che sono state classificate da P. Aubry. Riportiamo un elenco esemplificativo:

“Canso” e “Chanson”: componimento amoroso per eccellenza
“Tenso” e “Joc partit” (o “Jeux-partis”): componimento in forma di dialogo
“Alba” e “Aube”: canto mattutino di commiato degli amanti
“Pastorela” e “Pastourelle”: canto con protagonisti un cavaliere e una pastorella
“Sirventese”: componimento aulico di contenuto politico o morale
“Planh” e “Lament”: compianto per la morte di un personaggio
“Balada” e “Balade”: canzone a ballo

Accanto a tali forme vocali compaiono due forme strumentali riferibili a danze: “Estampida” e “Ductia”.

Cenni biografici dei più noti Trovatori e Trovieri

Adam de la Halle:

Adam de la Halle

Soprannominato Adam “il Gobbo” in quanto figlio del maestro Enrico “le Bossu”, impiegato nel tribunale di Arras, nacque tra il 1240 e il 1250. Iniziò gli studi nell’abbazia cistercense di Vancelle (Cambrai) ma non prese i voti, bensì fece ritorno ad Arras dove sposò una fanciulla, chiamata Maria, da lui tanto amata. Successivamente lasciò la famiglia per completare gli studi a Parigi.

Fu poeta e musico del conte d’Artois che accompagnò nel viaggio in Sicilia, alla corte di Carlo I d’Angiò per il quale scrisse il suo “Jeu de Robin e Marion”.

Morì probabilmente a Napoli verso il 1288, o in un luogo sconosciuto del sud Italia (Calabria?) intorno al 1306.

Adam appartiene all’ultima generazione dei Trovieri, quelli di estrazione prevalentemente borghese. La sua fama è legata allo “Jeu de Robin e Marion” che costituisce il primo esempio di teatro medievale, sganciato dai moduli del dramma liturgico e proiettato in un’atmosfera di vivace profanità. Quest’opera è una “pastorella dramatica” che, sviluppando il tema delle “pastourelles” liriche, mette in scena personaggi del mondo agreste e un cavaliere con i suoi tentativi di seduzione.

Non mancano in esso legami con il “Jeu-parti”, una delle forme poetiche predilette dalla Francia del nord, la cui tipica articolazione di domanda e risposta è ravvisabile nel “gioco di società” organizzato nel corso della festa campestre.

Ai versi letterari si alternano brani cantati le cui melodie, vivaci e popolaresche, potrebbero essere talvolta delle semplici citazioni di melodie preesistenti. La notazione si riferisce alla melodia del canto che viene sostenuto da strumenti che ritmano i passi di danza (treske).


Beatriz de Dia:

Beatriz de Dia

Tra le poetesse che fecero parte del movimento trovadorico si eleva Beatrice, sovente indicata come “comtessa de Dia”.

I contorni della sua figura sono appena delineati e non sufficienti a trarla dalla leggenda nella quale è avvolta. Potrebbe trattarsi di Isoarda, figlia di Isoard di Dia (attualmente Die, nella regione del Drome) andata sposa a Raimon d’Agot, anche se la “vida” la identifica come Beatrice moglie di Guglielmo II di Poitiers, se non che questi non aveva tra i suoi titoli quello di conte di Dia.

La tradizione vuole Beatrice innamorata di Raimbaut d’Aurenga e da lui poeticamente ispirata. La fama comunque di questa poetessa la si deve anche al fatto che Beatrice è l’unica “trobairitz” della quale ci sia pervenuta una composizione musicale: “A chantar m’er de so qu’eu no volria”, una “canso” amorosa in cui lamenta, ma con dignitosa fermezza, il disinteresse del suo amante.




Berenguier de Palazol:

Attivo dopo la prima metà del se. XII, Berenguier è tradizionalmente considerato come il primo dei “trobadors” catalani.

Anche in questo caso, è difficile l’identificazione del personaggio. Infatti, tra Rossiglione e Catalogna, il toponimo “Palou”, “Palon” (da cui l’appellativo “Palazol”) è molto diffuso e diversi sono i personaggi contemporanei, originari della zona, che assumono il nome di Berenguier.

Il nostro trovatore comunque operò, come maestro d’arme, al servizio di Jaufre III conte d’Avignone e di lui ci sono pervenute 12 cansos, 8 delle quali con melodia. Tra queste ricordiamo Tant m’abelis.


Bernart de Ventadorn:
Bernart de Ventadorn Ebbe umili natali (tra il 1125 e il 1135) nel castello di Ventadorn nel Limosino, da padre fornaio (o soldato) e madre cuciniera. Di bell’aspetto e di nobile portamento, fu stimato dal visconte di Ventadorn, Eble II (o forse il figlio di questi Eble III) il quale inoltre fu probabilmente anche suo maestro.

A causa di un amore - corrisposto - per la bella viscontessa, il giovane Bernart fu allontanato da Ventadorn e fu accolto dalla corte di Eleonora d’Aquitania divenendo ben presto il favorito tra quanti poeti e cantori animavano la corte della nipote di Guglielmo IX (primo trovatore). Allorché Eleonora andò sposa in seconde nozze con Enrico II Plantageneto e da questi, divenuto re d’Inghilterra, fu portata oltre Manica, Bernart secondo alcune fonti sarebbe rimasto in territorio francese “triste e addolorato”, ma secondo altri avrebbe seguito i sovrani in Inghilterra dove avrebbe conosciuto Chrétien de Troyes.

Tornato nel continente, Bernart si recò a Tolosa dove amò la contessa Ermengarda e dove rimase fino alla morte del suo protettore Raimondo V. Successivamente, si ritirò nell’abbazia di Dalon nella quale chiuse i suoi giorni (forse nel 1195).

Can vei la lauzeta mover è la sua composizione più celebre, ma altre ce ne sono pervenute con la melodia: Ben m’an perdut; Pois preyatz me senhor.


Colin Muset:


Troviere la cui attività poetica si colloca tra il 1234 e il 1254 circa. I riferimenti nei suoi scritti a personaggi di rango che protessero la sua movimentata vita di jongleur consentono di affermare che, se incerto è il luogo di origine, sicuramente visse ed operò nella regione situata ai confini tra la Champagne, la Borgogna e la Lorena.

Il suo soprannome Muset richiama il suono della cornamusa e quindi la sua attività artistica di giullare gaudente, squattrinato e in costante ricerca di mezzi di sostentamento per moglie e figlia.

L’ideale di vita che traspare dalle sue composizioni è, d’inverno, trascorrere le ore accanto al caminetto, ben fornito di saporite vivande, di buon vino e con l’immancabile compagnia di una dolce fanciulla, in primavera, girovagare di corte in corte, divertire con la sua musica le belle dame ed i potenti signori, nella sempre auspicata generosa ricompensa.

Tali ideali ovviamente sono ben lungi dagli stereotipi della concezione dell’amor cortese che comunque, in Colin Muset, si rivitalizza in forme più vivaci e brillanti.

Della produzione di questo troviere ci sono pervenute 21 composizioni, 11 delle quali con la melodia e, tra queste, le più conosciute sono: Sire cuens, j’ai vielé; Quan je voi iver retorner; En mai, quant li rossignolet; Voulez oïr la muse muset?.


Giraut de Borneill:
Giraut de BorneillEbbe umili natali, probabilmente a Excideuil (Dordogne) nel 1140 ca., ma divenne ben presto personaggio di alta statura culturale e morale. Dante ne fu influenzato a tal punto che, nel “De vulgari eloquentia”, lo definisce “poeta rectitudinis” per eccellenza.

Mentre nel periodo invernale svolgeva l’attività di insegnante di lettere nelle scuole, d’estate girovagava nelle corti con due cantori al seguito che eseguivano le sue canzoni. Non si sposò mai e di tutto il denaro che guadagnava ne beneficiavano i suoi parenti poveri e la chiesa del suo paese.

Si suppone che abbia preso parte alla III Crociata, al seguito di Riccardo Cuor di Leone (per la cui morte compose un “planh”), dal momento che due suoi componimenti fanno riferimento alla crociata del 1188-89.

Di ritorno da questa impresa, soggiornò probabilmente alla corte di Boemondo III in Antiochia e ritornò in patria nel 1192.

La sua produzione poetica tramandataci è ampia (n. 79 componimenti), ma soltanto di tre “cansos” e di una “tenso” ci sono pervenute le melodie. Spicca tra queste per bellezza Reis glorios.


Giraut Riquier:

Viene considerato come l’ultimo dei trovatori. Di lui non si tramanda alcuna vida, pertanto le uniche notizie biografiche possiamo ricavarle soltanto dai riferimenti personali che compaiono nei suoi versi.

Nacque probabilmente a Narbona, all’incirca nel 1230, e qui rimase sino al 1270. Dopo la morte del suo mecenate, Amalrich IV Visconte di Narbonne per il quale compose il planh intitolato “Ples de trishr”, si trasferì in Spagna dove soggiornò per nove anni alla corte di Alfonso X El Sabio, re di Castiglia e Leon, al quale, come abbiamo già ricordato (vedi la sezione “Il Significato”), rivolse la supplica di voler statuire, con declaratio regia, quali persone dedite all’intrattenimento e alla musica, potessero a buon diritto fregiarsi del titolo di “giullare”.

Nel 1279 tornò in Francia e, sino alla fine dei suoi giorni, fu al servizio di Enrico II Conte di Rodez.

Giraut Riquier è l’ultimo trovatore ma è anche quello che ci ha lasciato il maggior numero di componimenti poetici: 101 dei quali ben 48 completi di melodia.


Guillaume d’Amiens:

Troviere, della città d’Amiens, che operò nella seconda metà del XIII secolo. Fu contemporaneo di Adam de la Halle e scrisse un poemetto di quattordici strofe intitolato “Vers d’amour”.

Della sua produzione si conservano 3 chansons e 10 rondeaux. Delle canzoni solo una presenta la melodia.


Guillaume de Poitiers:
Guillaume de Poitiers
Vissuto tra il 1071 ca. ed il 1127, Gugliemo di Poitiers viene considerato tradizionalmente come il primo poeta medievale ad usare la lingua volgare nelle sue composizioni e comunque è senz’altro il primo trovatore del quale ci sono note le sue opere.

Nacque da stirpe nobile tant’è che, alla morte del padre, divenne VII Conte di Poitiers e IX Duca d’Aquitania ed i cui domini, poiché si sviluppavano su un vastissimo territorio dalla Loira ai Pirenei, lo resero politicamente più potente dello stesso re di Francia del quale era pur sempre un vassallo.

La vida, riportata sui codici, ce lo descrive come un uomo “ingannatore di donne” (triehador de dompnas), ma in grado di saper ben trobar e cantare.

La sua produzione poetica pervenutaci consta di 11 poesie, una soltanto con relativa melodia mentre di una seconda composizione la melodia risulta incompleta.

Fu avo di una delle donne più famose del Medioevo Eleonora d’Aquitania, sposa in seconde nozze di Enrico II il Plantageneto, e quindi regina d’Inghilterra, nonché madre di Riccardo Cuor di Leone.


Guiot de Dijon:

Troviere, originario della città di Digione, operò nel primo quarto del secolo XIII al seguito di tre signori della Champagne del sud, tra loro imparentati: Erart II de Chassenay, Andrieu III di Montbard e Jehan I d’Arcis.

Non abiamo documenti per ricostruire, sia pur sommariamente, la sua vicenda umana. Verosimilmente fece parte di quella schiera di poeti di non elevata estrazione sociale che praticarono la poesia per mestiere, assecondando le esigenze e i gusti dei committenti per i quali lavoravano.

A Guiot vengono attribuite 16 o 17 chansons (10 di dubbia e 6 di sicura autenticità) delle quali solo 10 provviste di melodia. Tra queste ultime compare “Chanterai por mon coraige”, canzone a metà tra la cosiddetta Chanson de femme (gioco, fiction poetica, in cui il troviere si nasconde sotto le spoglie della fanciulla che parla) e, più precisamente, la chanson de croisade.

Nella seconda ipotesi, il canto fu scritto ai tempi della quinta crociata, alorché Erard II de Chassenay e Jehan I d’Arcis si trovavano assieme in Terrasanta e probabilmente nei mesi successivi alla cattura di entrambi, avenuta nell’agosto 1219. Guiot avrebbe quindi espresso i sentimenti della giovane Matilde de Chassenay, fidanzata con uno dei signori partiti per la crociata e fatto prigioniero in Egitto.


Jaufre Rudel:


Jaufre RudelLa “vida”, che riferisce notizie su questo trovatore, lo qualifica come “principe di Blaia” (o Blaja), l’odierna Blaye sulla riva destra della Gironda, nella Saintonge.

Si ritiene che partecipò alla seconda crociata (1147 - 49), ipotesi che taluni avvalorano con il fatto che il coevo trovatore Marcabrù riferisce di aver inviato a “Jaufre Rudel oltra mar” il proprio “vers” Cortezamen vuelh comensar.

La poetica amorosa di Jaufre Rudel esalta il tema del “l’amor de lonh” (amore lontano) che non solo ricorre nelle sue composizioni, ma fornisce anche spunti biografici. Infatti, nella composizione Quan li rius de la fontana si narra che il poeta ama “ses vezer” (senza averla conosciuta) la contessa di Tripoli (in Siria), una figura di dama identificata in Odierne, moglie di Raimondo I, o della loro figlia Melisenda.

Questo motivo ha dato origine alla leggenda secondo la quale Jaufre Rudel si fece crociato per andare a visitare i luoghi dove viveva la donna vagheggiata, ma quando vi giunse era ormai moribondo e poté soltanto morire tra le braccia dell’amata.

Di Jaufre Rudel ci sono pervenuti 6 componimenti, 4 dei quali con le melodie e tra queste emerge per bellezza Laquan li jorn son lonc , en mai.


Jean Bodel:

Uno dei maestri della “Scuola” di Arras, insieme ad Adam de la Halle, è Jean Bodel.

Nacque tra il 1165 e il 1170 e il suo ingresso nella carriera letteraria avvenne intorno al 1190.

Di professione “jongleur”, sappiamo però che, nel 1194, rivestì anche l’incarico di usciere giudiziario nel tribunale di Arras.

Colpito dalla lebbra, dal giugno all’agosto 1202, compose commossi congedi dagli amici di Arras e fu quindi ricoverato nel lebbrosario di Beaurain, dove morì nel febbraio (o marzo) del 1210.

Nota è la sua pastourelle Contre le douz tans novel.


Jean Erars:

Troviere, vissuto tra il 1205 e il 1258 ca., del quale non conosciamo il paese di origine ma sappiamo per certo che visse, per gran parte della sua vita, ad Arras dove peraltro morì.

Questo legame con la città di Arras affiora dalle composizioni poetiche con i riferimenti che l’artista fa a personaggi contemporanei del luogo. Anche la testimonianza della sua morte avvenuta ad Arras la ricaviamo dal “Nécrologe de la Confrérie des Jongleurs et des Bourgeois d’Arras”.

Di Jean Erars ci sono pervenuti 25 componimenti, tutti con melodia: 11 sono “pastourelles” e 14 sono “chansons”. Alcuni titoli di brani più noti: Au tems pascor; Dehors loncpré el bosquel; Puis que d’amors.


Marcabru:
Marcabru Il nome Marcabru e la variante Marcabrun designano un trovatore della prima metà del XII secolo, originario forse della Guascogna e denominato anche con l’appellativo di “Panperdut”.

Le scarse notizie che lo riguardano sono di diretta provenienza delle sue stesse poesie, a partire dalla sua nascita, umilissima, da una donna chiamata Marcabruna.

Proverbiale è la sua lingua malevola che lo rese noto e ovunque temuto ma che, secondo una fonte non confermata, fu anche causa della sua probabile morte violenta per mano dei castellani di Guyenne, dei quali avrebbe molto sparlato.

Marcabru fu invero spirito bizzarro, a tratti feroce fustigatore dei costumi: rimarchevole è il suo atteggiamento contrario all’ideale cortese dell’amore dei Trovatori, nel quale egli non vede altro che volgare adulterio.
Il suo linguaggio tagliente e l’uso frequente di metafore, allegorie e simbolismo, di difficile decodificazione, fanno sì che Marcabru sia stato a lungo considerato l’iniziatore del cosiddetto “trobar clus”.

Delle 43 composizioni conservate, solo 4 riportano le melodie; tra queste citeremo: Pax in nomine Domini (canzone di crociata contro i Mori di Spagna) e L’autrier jost’una sebissa, forse la più celebre del genere “pastourelle”.


Moniot d’Arras:

Troviere, vissuto all’incirca tra il 1190 e il 1239, più volte scambiato con altri trouvères. Di lui infatti sono stati individuati nomi alternativi (ad esempio Perron) poi risultati errati.

Sembrerebbe che fosse monaco ad Arras, nell’abbazia di San Vaast, e quindi il nome Moniot non sarebbe altro che il diminutivo di “moine” (monaco) da lui assunto al momento dell’abbandono dello stato religioso per tornare alla condizione laicale, al pari di tanti altri poeti del numeroso circolo attivo ad Arras.

La notorietà di Moniot, uno dei trovieri più importanti del secolo XIII, è attestata da numerosi “contrafacta” operati dalle sue liriche.

I componimenti a lui attribuiti nei manoscritti sono 23, ma soltanto 16 possono considerarsi sicuramente suoi, tra questi la “reverdi” R 94 “Ce fu en mai”.


Peire Vidal:

Peire VidalNato forse a Tolosa nel 1160 ca., era figlio di un mercante di pellicce del quale continuò l’attività che lo rese ricco al punto di potersi guadagnare l’ammissione in ambienti aristocratici prestando denaro ai nobili.

La sua attività poetica si situa tra il 1180 e il 1205 ed è scandita da una vita tra le più irrequiete e ricca di vagabondaggi e di amori, come lui stesso dichiara in un componimento: “trop sojornar et estar en un loc”.

Fu amico ed ebbe la protezione di numerosi signori nelle cui corti soggiornò (Linguadoca, Provenza, Spagna, Monferrato, Ungheria, Malta).

Fra gli episodi più notevoli della sua vita, spesso avvolta in avvenimenti del tutto leggendari, si ricordano il suo amore per la moglie del visconte di Marsiglia, Barral di Baux (della quale cantò la bellezza insieme all’altro trovatore Folchetto) e le sue peregrinazioni verso la Terrasanta, al seguito di Riccardo Cuor di Leone, nonché il suo matrimonio con una giovane greca a lui presentata come la nipote dell’imperatore di Costantinopoli e, in nome della quale, il poeta avanzò pretese al trono imperiale.

La sua presenza in Italia registra una partecipazione attiva ed alterna alle lotte politiche del tempo parteggiando ora per i Genovesi, ora per i Pisani e inoltre è ricordata dalla sua amicizia con Bonifacio del Monferrato e Alberto Malaspina, contro il quale, mutando i suoi volubili umori, inviò l’ultima sua canzone piena di ingiurie e di invettive.

Sarebbe morto a Salonicco verso il 1205.

Della sua produzione poetica ci rimangono circa cinquanta composizioni, dodici delle quali con la melodia e, tra queste, assai nota è Pos tornatz sui en Proensa.


Raimbaut de Vaqueiras:

Raimbaut de VaqueirasNato a Vaqueiras nel 1155 ca., fu uno dei primi trovatori che passarono le Alpi, spinto forse dalle sue modeste condizioni di figlio di Peirol, povero cavaliere di Provenza, a cercare fortuna e successo, come giullare, presso le corti liguri (Genova), lombarde (Tortona) e piemontesi. Quasi tutta la sua attività poetica, eccettuate alcune composizioni dei primi anni dedicate al conte d’Orange, si svolge in Italia al seguito di signori feudali: i Malaspina ma soprattutto il marchese Bonifacio I del Monferrato che lo ospitò con riguardo e al quale Raimbaut restò fedele fino alla morte.

Partecipò al seguito del marchese Bonifacio a molti fatti d’arme, sino a meritare il cingolo di cavaliere durante la spedizione in Sicilia (1194-95). Quando nel Concilio di Soissons (1201) Bonifacio del Monferrato fu eletto capo della IV Crociata, Raimbaut compose in suo onore un vigoroso canto di crociata e quindi lo seguì nella spedizione combattendo e morendo al suo fianco, in Tracia, nel 1207, durante la battaglia contro i Bulgari.

Le composizioni poetiche di Raimbaut pervenuteci sono 35 (7 di dubbia attribuzione), ma soltanto sette hanno la melodia; tra queste spicca la notissima “Kalenda maya”.


Riccardo Cuor di Leone:

Riccardo Cuor di LeoneNato ad Oxford nel settembre 1157, terzogenito di Enrico II Plantageneto e di Eleonora d’Aquitania, nipote di Guglielmo IX (primo trovatore), fu conte di Poitou dal 1169, duca d’Aquitania dal 1171 e re d’Inghilterra dal 1189.

Appartiene alla prima generazione dei Trovieri e di lui si conservano soltanto due composizioni entrambe di carattere politico una delle quali, intitolata Ja nus hons pris, completa di una triste melodia che rievoca il periodo della prigionia a seguito dell’arresto in Friuli da parte dell’Imperatore Enrico VI.

Morì durante l’assalto al castello di Chalus, presso Limoges, l’11 aprile 1199.

 

Thibaut IV de Champagne (Roi de Navarre):

Thibaut IV de ChampagneNacque a Troyes, il 30 maggio 1201, pochi giorni dopo la morte del padre Thibaut III che si era fatto promotore della Quarta Crociata. La madre, Bianca di Navarra, lo pose allora sotto la protezione di Filippo Augusto, re di Francia, salvaguardandone in tal modo i diritti dinastici contro le rivendicazioni dei cugini, figli di Enrico II, e fintanto che il giovane Thibaut potè assumere nel 1222 il governo della contea di Champagne e di Brie, successivamente, alla morte dello zio materno Sancio il Forte avvenuta nel 1234, il titolo di Re di Navarra.

Intanto, nel 1230, era partito da Marsiglia a capo di una crociata che purtroppo fallì miseramente a Gaza, ad opera delle gelosie sorte tra i baroni del suo seguito.

Tornato dalla Terrasanta, visse tra la Champagne e la Navarra e, dopo un pellegrinaggio a Roma (1248), si dedicò per il resto della vita alla protezione di conventi ed università.

Ebbe tre mogli, ma la musa ispiratrice delle sue chansons fu Bianca di Castiglia anche se, per la verità, si tratta di una leggenda che dovrebbe alludere ad una riconciliazione politica tra la feudalità e la regina avvenuta nel 1227.
Le composizioni musicali di Thibaut, sicuramente attribuibili a lui, sono 61 (su un totale di 79): 36 chansons; 9 jeux-partis; 5 débats; 3 chansons de croisade; 2 pastourelles; 1 sirventese; 5 composizioni religiose. Morì a Pamplona il 7 luglio 1253. Citiamo alcuni titoli di brani più conosciuti: Ausi comme unicorne sui; Comencerai a fere un lai; Costume est bien; En mai la rousée; Robert veez de Perron; Seigneurs, sachiez (composta per incoraggiare l’intervento alla Crociata del 1239).


Fonti bibliografiche:

  • C. Di Girolamo, I Trovatori. Bollati Boringhieri editore s.r.l., Torino 1989
  • H. I. Marrou, I Trovatori. Editoriale Jaca Book S.p.A., Milano 1983
  • G. Cattin, La monodia nel Medioevo (vol. 2 della “Storia della Musica” a cura della Società Italiana di Musicologia). E.D.T., Torino 1991
  • G. Reese, La musica nel Medioevo. Sansoni Editore, Firenze 1980
  • M.N. Massaro, La scrittura musicale antica – guida alla trascrizione dal canto gregoriano alla musica strumentale del XVI secolo. Zanibon - BMG Ricordi A.p.A., Milano 1979
  • D.E.U.M.M. (Dizionario Enciclopedico della Musica e dei Musicisti), UTET Torino 1985


(Testo mandato in rete il 6 novembre 2004, revisionato dall’autore il 31 gennaio 2010)

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